Poesie: la fabbrica delle parole

Benvenuto nella Fabbrica delle Parole! Qui scoprirai che le parole vengono prima degli oggetti, che la sensibilità è un effimero mistero del tutto impossibile da non svelare, che il viaggio conta più della meta e che le illusioni usurpano la realtà. Lasciati trasportare dalla potenza della poesia.

L'arte di affabulare; nulla è vero a parte ciò che nega la realtà.

Saper affabulare significa generare stupore, raccontare qualcosa che esiste solo nel momento in cui cessa di appartenere a questo mondo e si libra al di fuori di esso. Come la morte, la cui bramosia parla la lingua della cenere.

MUTO È IL DESIDERIO

 

Muto è il desiderio dell’ultima culla

reboante il silenzio che guarda 

lì dentro, nel raso morbido e crudele.

 

E le fronde dell’autunno si inchinano 

al copertoio come mani supplici che, 

mute, gridano pietà.

 

I cipressi cavano la terra dritti,

lenti, e senza turbare le urne 

imbronciate dal tempo.

 

Mistico è il ricordo del turibolo, carico

di olibano, dei paramenti lindi, 

dei congiunti come segugi in lacrime.

 

Stolta, invece, la prosa infantile di

convenevoli estinti; quel succube inciso

sulla pietra è affamato di carne buia.

 

Mai più tornerai, anima errante. 




                                                                          Alfredo Cremonese

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ODE AL TERMIDORO

La caduta di Robespierre

Che fiera nel petto!

La bella coccarda!

Cucita di filo e

Di sangue nemico

Che temi di già

Dover sdilinquire col

Tuo popolo ingrato

Adesso, sarai al-

-la guida dei morti.

 

Stravedo per i componimenti in metrica tradizionale (come per quelli in versi liberi); vi ravviso la faticosa dignità di chi ha voluto (e vuole) produrre arte nonostante - e grazie a - i lacci, laccetti e lacciuoli imposti dalla classicità. Questo che avete letto è un senario dattilico, o meglio, ho tentato di renderlo tale, consapevole non solo dei miei limiti ma anche di quelli del senario stesso, le cui arsi sono fisse, inamovibili. Ne è uscita una poesiola dal ritmo militaresco, cadenzato, come la marcia funebre di Robespierre. 

Perdonate ogni eventuale errore, dal canto vostro; dal canto mio sono felice lo abbiate letto.

Buona giornata!

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CAMAXTLE

Gli occhi del cielo, - le stelle, forse

- di lacrime onusti, li ho visti,

corri, corri buon Camaxtle, 

ché forse la dimora dei 

quattrocento Huitznahua sta

tramontando appresso al Sole.

Scocca i dardi celesti, dalle punte

di ossidiana letali, dalle Piume di

Colibrì vibranti nel bruno tepore. 

Guarda, le acque preziose stanno 

lasciando il Tlalocan; dove

andranno mai così leste?

Vanno a inondare i monti, 

prima, a impantanar le valli, 

poi; ecco, il tuo grido lassù

è un tuono che sfronda 

gli alberi, che accappona 

la pelle del caimano Cipactli.

L’erba Malinalli - eccetto per la 

tonsura del deserto - ha vinto, 

strappata dal cranio di 

Tlaltecuhtli, il mostro, ed 

è ora un ciuffo smeraldo fra

le mani ingorde degli umani.

Le mani - precisamente quelle,

- che hanno torto il caimano,

viscide come serpenti, ruvide 

come tutoli, religiose come grani

di mais, giada e copale. Ed

eccolo, divino Tezcatlipoca, ed 

eccolo, divino Quetzalcoatl, la

coppia di saccenti, il duo magico

che ha strappato la terra, e il 

cielo, del sopore bruto, che

ha tratto monti da scaglie, 

fonti dagli occhi, caverne dalle

narici e il centro del mondo 

dal suo ombelico. Non si 

credeva fino ad allora che 

Cipactli l’avesse, un onfalo.

Eppure, esso pure trionfava

nel cerchio della Creazione. 

E Tezcatlipoca? Il mago nero,

vento del nord, specchio di

ossidiana fumante, fulgore di

stelle morte, carco e presago 

di dilettevoli sventure, parla!

Con quali gambe camminasti,

fra le buie rovine della Città degli

Dèi, con passo aggraziato e 

ferale, inesorabile o quasi,

se Cipactli te ne strappò 

una e fece pure moncherino?

Parla! Parla con la voce 

del vento! Non lesinare noi 

la visione delle praterie nei

pressi di Chicomoztoc, 

laddove era Aztatlan, la 

bianca; le sette tribù

son contate una ad una,

perciò esistono, hanno perfino

mosso i primi passi non 

dentro, fra le curve del grembo, ma 

nelle spire di Colhuacan, il

luogo degli antenati, laddove

i dannati non osano entrare, 

laddove le volute degli alberi

toccano se stesse e il cielo, 

all’infinito protratte.

O popolo! Popolo di scarnificatori!

Sacerdoti dalla borsa di copale!

Grani smisurati, occhi di resina, 

come gocce votate al martirio, 

ambre perdute su giacigli di paglia

come pedine di patolli, che 

voglion esser fagioli, gettati

nelle fauci del crocicchio, e poi giù, 

fino a Chicomoztoc, per una

ultima serenata. E’ dal grembo

della Terra, quella placenta orrida,

amniotica e sanguinolenta che 

sono nati i tuoi fumi sacri, o

Tezcatlipoca invitto! Signore dai neri

arzigogoli, Signore nemico, guerriero 

da ambo le parti, Necoc Yaotl,

Signore del Dodicesimo Cielo,

Signore della Vita, Ipalnemohuani, 

le tue litanie sono come manti di

piume da mazzi sterili; sono come 

la moltitudine delle schiume sui

litorali, baciati dall’acqua assassina,

come pletore di lame ghiacciate, 

irte, e affondate nei costati

di xochimique, àlzati e gettati

dalla punta del teocalli, due volte

màrtiri, di guerra e dei profeti neri,

impiastricciati di uxtli, di bistro, 

accigliati, loro, colle unghie perfide,

annerite di catrame, macilente dagli

anni, ed i capelli, oh che visione! I

capelli come liane, con grumi di 

sangue, coaguli di tuorli impazziti;

laddove il tonali ha manifestato

la propria potenza solare, come

quell’erba, malinalli, pettinata.

Tutto questo si consumava la sera, 

vetusta ed onusta cocchiera, 

traino, dagli uccelli del giorno

ai giaguari della notte, tepeyollotl,

il cuore della montagna, il cui

manto, maculato, fu delizia

per gli indovini che l’assassinarono

e recisero brutalmente, spesso 

strappandolo a morsi, coi denti 

come il glifo locativo, laddove lo si

voglia leggere così, almeno.

Cosa resta di tutto questo, Signore

Oscuro? Cosa resta del cibo di tuo 

padre e di tua madre, Tonacatecuhtli e

Tonacacihuatl? Gli avanzi, mio Signore.

Giacché il resto lo hai mangiato tu. 

E che dire dei tuoi molti aspetti?

Da Tloque Nahuaque a Titlacahuan, da

Yohualli Ehecatl sino a Moyocoyani. 

Ti sei giocato la tua reputazione, dio;

incarnandoti - giacché anche il vento 

può farlo - hai perso un po’.

Dio dei messicani, dio degli Aztechi

tutti! Hai soffiato anche nell’anello

di pietra del campo di tlachtli, e sei

passato, ed hai vinto, barando.

Dunque? Chi conterà i punti?

Chi morirà per onorare la tua vittoria?

Chi sarà testimone della tua

nefanda grandezza?



Questa è forse la miglior poesie in versi sciolti che io abbia mai scritto per le civiltà preispaniche. Si tratta di un componimento feroce e ferale, dal ritmo (giacché di metrica non si può parlare) assolutamente incalzante, tenebroso e vitale. Alcuni punti li definirei ipertrofici, grandiosi oltremodo, in altri trovo che la carneficina sia più quieta. Voi che dite? Grazie di avermi letto fin qui. 

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